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Studio di Psicologia dott.ssa Francesca Lafasciano

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FILM E PSICOTERAPIA

film e psicoterapiaHo trovato in rete, cercando dei film per preparare una lezione questo interessante articolo sulla commistione tra film e psicoterapia di una collega, psicologa –  psicoterapeuta,  Dott.ssa Felicita Dell’Aquila, alla cui firma è tutto l’articolo che segue. L’articolo originale è ritrovabile presso l’indirizzo
http://www.humantrainer.com/articoli/cinema psicoterapia-impiego-strategico-film.html, sito human trainer.
Sono certa che a coloro che seguono il mio blog possa interessare…buona lettura ^_^

 

“Cinema e Psicoterapia: Un impiego “strategico” dei film

Non esiste una precisa scuola o data a cui poter far risalire la nascita dell’applicazione del cinema nella psicoterapia.
Mentre i pionieri della cinematografia sperimentavano le loro invenzioni stupefacenti (1895), l'”ingegnoso” dott. Freud si inoltrava nei misteriosi e non meno stupefacenti territori della psiche, in una delle fasi di elaborazione della teoria psicoanalitica (1892-95).

Il percorso psicoanalitico e quello del cinema si prospettano, dunque, paralleli fin dall’inizio. Inevitabile l’incontro.
L’occasione e’ stata data dall’ormai famoso film di Pabst “I misteri dell’anima” (1926), alla cui produzione contribuirono due stretti collaboratori di Freud, Abraham e Sachs.
Freud, il cui aiuto e consiglio fu piu’ volte richiesto, rifiuto’ di accordare il proprio “visto” al film.
Nonostante questo storico veto iniziale, l’interfacciarsi di cinema e psicoanalisi dura ormai da tempo.

L’idea di avvalersi di un film come strumento terapeutico risale agli anni ’50, quando vennero pubblicati i primi lavori pionieristici in cui si descriveva come si potessero utilizzare certi film in una psicoterapia di gruppo con pazienti psichiatrici (14).

Negli anni a venire, altri autori hanno descritto l’uso di film specifici come intervento terapeutico (1516).
Altri autori ancora hanno descritto l’impiego di spezzoni di film per esemplificare concetti terapeutici (17) o hanno comparato il caso di un loro paziente ai personaggi e alla trama di un film (18).

Sebbene la letteratura sull’utilizzo di film in terapia non sia ricchissima, la popolarita’ di questo fenomeno sta crescendo.
Un punto di partenza per queste riflessioni puo’ essere fornito da una ricerca svolta recentemente negli Stati Uniti (19).

Gli autori hanno svolto un’inchiesta su un campione di 827 psicoterapeuti praticanti per sondare il fenomeno dell’utilizzo dei film nella pratica clinica.
La quasi totalita’ degli intervistati (90%) afferma di aver discusso di un film con un paziente in terapia, senza necessariamente averne raccomandato o prescritto la visione.
Il 67% degli intervistati riporta di aver utilizzato un film per promuovere obiettivi terapeutici.
Infine, la maggior parte di questi terapeuti (88%) sostiene l’effettiva possibilita’ che un film possa promuovere in positivo il trattamento e solo una minoranza (1%) considera questa pratica come potenzialmente dannosa.

Quindi, nonostante il fatto che le prime indagini sul cinema dal punto di vista psicologico siano state fondamentalmente di tipo psicoanalitico, oggi, l’adozione di un film nel trattamento dei pazienti viene utilizzata nei diversi approcci psicoterapeutici.
Anzi, secondo la psicologa Cristina Miliacca (20), la cineterapia o cinema-terapia (cinema-therapy o movie-therapy), che utilizza i film come metafore per realizzare interventi terapeutici di forte impatto e potere, e’ una tecnica aggiuntiva eccellente nei trattamenti brevi in quanto facilita sia l’insight terapeutico, sia l’alleanza terapeutica tra il paziente e lo psicoterapeuta.
Attraverso la cinema-terapia, il paziente ha la possibilita’ di esplorare le situazioni e le diverse tipologie di personalita’ per una maggiore comprensione della vita di relazione, ha la possibilita’ di esaminare temi che riguardano la sua vita interiore e di riconoscere tecniche di problem solving e di coping.

Del metodo cinema-terapeutico esiste la variante individuale e lavariante di gruppo.
Utilizzare un film nella psicoterapia individuale o nella psicoterapia di gruppo e’ molto differente.

Nella psicoterapia individuale, infatti, vedere un film e’ assegnato come “compito a casa.
Al paziente e’ richiesto di scrivere alcune note di commento sul film da portare nella successiva seduta e discutere con lo psicoterapeuta, ma la visione del film e’ al di fuori dell’interazione psicoterapeutica.

Nella psicoterapia di gruppo, invece, la visione del film e’ fatta durante la sessione psicoterapeutica.
Dopo una breve introduzione dello psicoterapeuta, il film viene proiettato e una volta conclusa la visione viene avviata la dinamica di gruppo a partire dagli stimoli forniti dal film.
Guardare un film insieme da’ ai pazienti una base di informazioni comuni da cui cominciare a lavorare.

Sia nella psicoterapia individuale che in quella di gruppo, il film viene scelto dallo psicoterapeuta sulla base degli obiettivi specifici di trattamento.

L’uso dei film come utile supplemento alla terapia e’ stato documentato in letteratura relativamente a varie modalita’ terapeutiche (individuale, di gruppo, familiare, psicoterapia del bambino/adolescente) e trasversalmente a numerosi orientamenti teorici (psicoanalitico, psicodinamico, cognitivo-comportamentale, umanistico, sistemico-relazionale) (21), ma un’ulteriore distinzione riguarda la cinematerapia come self-help e la cinematerapia che non riconosce alla visione del film nessuna potenzialita’ terapeutica diretta.
Mentre nel primo caso, il ruolo dello psicoterapeuta, al di la’ del suo orientamento teorico, e’ posto in secondo piano e la cinematerapia si configura come una forma di terapia a se stante; nel secondo caso viene enfatizzato il ruolo del terapeuta, in seduta, come mediatore dell’intero processo, motivo per cui, come sottolineato da De Felice e Pascucci (22), si dovrebbe piu’ propriamente parlare di cinema-in-terapia.

I due autori evidenziano come, all’interno di queste due posizioni (cinematerapia come self-help e cinema-in-terapia), possano situarsi interessanti esperienze intermedie, non inquadrabili in tutto e per tutto nell’una o nell’altra categoria.

A questo punto, pero’, sorge spontanea una domanda: quali sono i vantaggi terapeutici indotti dalla visione di un film, opportunamente selezionato, rispetto a quelli derivanti dalla lettura di un libro o un romanzo, ugualmente scelti ad hoc?
La visione di un film richiede sicuramente un periodo di tempo (fattore non trascurabile!) minore rispetto a quello necessario alla lettura di un libro, per cui, non solo non e’ possibile parlare di una biblioterapia di gruppo, ma, relativamente ai trattamenti individuali, e’ da notare che, generalmente, i ritmi della vita quotidiana sono sempre piu’ veloci, se vogliamo “nevrotici” e il cosiddetto “tempo libero” si riduce allo spazio di un caffe’ dopo pranzo, alla pausa sigaretta, a volte, tristemente, alle file in auto, in attesa che quell'”inetto” del semaforo (puntualmente rosso!) diventi verde (a questo proposito, come non pensare al film “Un giorno di ordinaria follia?” 23).

La visione di un film, allora, e’ meno “impegnativa” (in termini non solo di tempo, ma anche, almeno in prima battuta, di “sforzo” cognitivo) e quindi difficilmente incontra la resistenza delle persone; e’, inoltre, uno strumento molto economico (affittare un dvd o una videocassetta non costa effettivamente molto), motivo per cui e’ possibile richiedere la visione di piu’ film.

Ancora: la Miliacca sostiene che le informazioni contenute in un film sono accessibili alla maggior parte delle persone indipendentemente dal lorobackground culturale o dal loro livello di alfabetizzazione e che i film siano esperienze multisensoriali.

L’effetto evocativo delle immagini viene arricchito con quello prodotto dalle parole, in alcuni casi, dai silenzi, dalle tonalita’ dei colori, dalla colonna sonora.
Ormai la musica non e’ piu’ solo mero “accompagnamento“; i registi se ne servono per creare specifici stati d’animo ed aspettative nello spettatore.
Alcune scene non sarebbero le stesse, non avrebbero lo stesso impatto psicologico senza la musica.
Come non pensare alla ormai storica “Cosi parlo’ Zarathustra” di Richard Strass, utilizzata da Stanley Kubrick nel film “2001: Odissea nello spazio” (24)?

Vorrei concludere questo excursus rilevando come l’argomento principale di discussione non sia tanto rappresentato dalla questione relativa a se il cinema possa avere o meno un effetto terapeutico; ad essere in discussione sono, piuttosto, le modalita’ con cui i film sono usati o dovrebbero esserlo.
La direzione che ho deciso di intraprendere e’ in linea con i miei quattro anni di scuola di specializzazione, di stampo “strategico”.

L’idea alla base di questo articolo nasce da una domanda: come e’ possibile rendere piu’ efficace l’uso clinico di un film, servendomi degli strumenti e delle tecniche strategiche apprese?

Quali sarebbero i vantaggi rispetto alle tradizionali tecniche cinematerapeutiche?
Ed ancora: quali gli ambiti di applicazione e le modalita’ di intervento? Quale la tipologia di utenti?

La mia ipotesi e’ questa: nei casi in cui sussistano disagi legati alla sfera dell’affettivita’ e dell’emotivita’ (con particolare riferimento a sentimenti di solitudine ed abbandono), che rappresentano, se vogliamo, quella tipologia di malessere del vivere quotidiano che colpisce un’alta percentuale di persone, l’uso, in ambito terapeutico, di film opportunamente scelti, puo’ essere uno strumento particolarmente utile per far si che la persona arrivi a “vedere” quello che al momento attuale non riesce, o si rifiuta di “vedere”.

Credo che ciascuno di noi abbia, almeno una volta nella vita, sofferto per amore.
Il “mal d’amore” non e’ un disturbo della personalita’, non e’ una categoria nosograficamente riconosciuta nel DSM-IV, non tocca l’interesse di professionisti e ricercatori, non veste i panni della patologia conclamata e scientificamente riconosciuta; appartiene a quella tipologia di disagio cosiddetta “normale”, da cui non possiamo esimerci.

E’ un lutto che aiuta a crescere, guai se non ci fosse!!

Del resto, i piu’ grandi poeti e pensatori, hanno da sempre “decantato” l’Amore come un “dolce male” che non puo’ che essere motivo di tormento, angoscia, a volte disperazione. La sofferenza non si lega mai alle cose, ma alle persone.
Solo gli altri possono veramente farci del male.
L’inferno sono gli altri” disse Sartre ed ancora Yourcenar: “L’amore e’ un castigo. Veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli“.

A mio avviso, molti disturbi psicologici derivano da apparentemente innocui disagi che appartengono alla sfera dell’affettivita’: depressione, attacchi di panico, paranoia…

Premesso che, al di la’ del modello teorico di riferimento, la visione di un film, avulsa da un contesto terapeutico, non ha sostanzialmente effetti, e’ bene sottolineare che e’ la relazione ad essere terapeutica, altrimenti basterebbe andare al cinema per guarire!

E’ il dialogo, il confronto con il terapeuta, la capacita’ che questi ha di far emergere, a partire dal racconto di vita del film, quei vissuti emotivi calzanti con la storia del paziente, che rende possibile la cura.
Fin qui nulla di nuovo.
L’originalita’ dell’intervento consiste nella modalita’ di impiego del film, in un’ottica non piu’ psicodinamica, ma, appunto, strategico-costruttivista.

Come?
Viene “recitata“, con una forma di comunicazione ipnotico-suggestiva, una specifica prescrizione
 (immaginiamo che l’utente sia una donna):

“Io voglio che da qui alla prossima volta che ci vedremo lei veda questo film: […]!
Affitti la cassetta, il dvd, quello che vuole, e una di queste sere, si chiuda in una stanza della casa dove c’e’ la tv, dove sa che puo’ stare tranquilla, dove nessuno la verra’ a disturbare, abbassi le luci, si metta comoda e guardi il film.
Arrivata alla fine del primo tempo, stoppi e, sulla base dell’andamento del film, dei personaggi in gioco e della loro psicologia, mi scriva lei da regista il finale del film, che e’ una cosa diversa da dire: immagini come finisca il film.
Non si tratta di indovinare il finale, anzi, sia chiaro che non e’ quello lo scopo.
Ricordi che qui e’ lei che sceglie.
Mi scriva lei il secondo tempo.
Ovviamente non e’ importante la forma, ne’ la lunghezza, non e’ un tema d’italiano, quello che mi interessa e’ il contenuto, quello che a lei viene in mente per finire il film.
Ricordi che puo’ spaziare con la fantasia quanto vuole, ma il prosieguo della storia deve avere una sua coerenza interna con la storia gia’ iniziata, altrimenti il suo sarebbe semplicemente un racconto di fantasia.
A quel punto, senza cancellare quanto finora accaduto, come accade nella vita se ci pensa, in cui a nessuno e’ dato cancellare il proprio passato, lei, da regista, cosa penserebbe di fare tenendo conto della dimensione emotiva dei personaggi?
Dopo che ha scritto, riavvii il film e veda il secondo tempo.
Ricordi infine che quello che deve scrivere e’ il secondo tempo di un film: puo’ “sfruttare” nel modo che ritiene piu’ opportuno tutte le “potenzialita’” del cinema, puo’ “lavorare” per “inquadrature”, associare a queste motivi musicali a lei cari, che fungano da “colonna sonora”, servirsi dei flashback temporali…
La prossima volta ne parleremo insieme”.

Se si chiedesse semplicemente ad un paziente (come spesso accade) di costruire il film della propria vita, sulla falsariga di quanto gia’ visto, gli effetti sarebbero completamente diversi, pur essendo le due prescrizioni apparentemente simili.
In questo caso, infatti, la prescrizione sarebbe non solo troppo evasiva (la persona potrebbe chiedersi: “da dove comincio?“, “di cosa devo parlare?“), ma anche troppo “personale” e, quindi, “rischiosa” agli occhi del paziente.

Il fatto di avere un primo tempo gia’ dato, che non si puo’ cambiare, da una parte vincola (almeno parzialmente) ed al tempo stesso guida la fantasia ideativa del paziente, dall’altra gli consente di mantenere una giusta distanza dalle proprie paure, perche’ queste vengono attribuite al protagonista del film (“succede a lui, non a me!“).

Quale lo scopo?
Quello non solo di far sentire la persona come “costruttrice” e quindi responsabile dell’evoluzione della propria vita, ma anche quello di vivere, attraverso il film, esperienze emozionali correttive molto forti, che, in qualche modo, conducano il paziente quanto meno a pensare all’esistenza di possibili punti di vista alternativi.
Questo obiettivo va ben al di la’ del mero processo analitico di identificazione con il personaggio principale: attraverso la visione del film, il terapeuta introduce gia’ un piccolo cambiamento nel rigido sistema percettivo-reattivo della persona, che apre uno scenario diverso (stratagemma del “come se“, basato sulla logica della credenza).

L’esperienza emozionale correttiva cosi indotta agisce lentamente, quasi senza che la persona se ne renda conto, dal momento che la credenza iniziale da smontare (che puo’ essere del tipo “io non valgo niente“, “rivoglio solo lui/lei“, “la mia vita e’ finita“, “non trovero’ nessuno alla sua altezza“, “ora non credo piu’ in niente“) e’ fortemente radicata.
I film (pochi in realta’) che hanno la capacita’ di toccare le emozioni e le immagini interne dello spettatore gli concedono, solo apparentemente, la liberta’ di sviluppare una propria idea al riguardo, poiche’ e’ su questa idea che poi il terapeuta deve saper intervenire.

E’ un inganno, che serve “a mettere il piede nella porta per farsi spazio con il corpo“, in cui la “presenza” del terapeuta e’ ancora piu’ “assente” di quello che avviene nel dialogo strategico, dal momento che l’elaborazione del “secondo tempo” non avviene in seduta: la persona non si sente solo dolcemente guidata al cambiamento; e’ direttamente lei che cambia ed e’ lei che costruisce la propria realta’, il proprio finale.

Il terapeuta diventa il “regista invisibile“, che, a partire dalla visione “montata” dal paziente, sposta il focus dell’attenzione su “inquadrature” diverse, mostrando e al tempo stesso evocando “scene di vita“, su cui la persona comincia a riflettere senza nemmeno rendersene conto.

Proprio come in un “gioco di magia“, lo sguardo dello spettatore viene calamitato solo su alcuni passaggi dell’azione magica e, quindi, vedra’ solo quello che il “mago” vuol fargli vedere.
Mancando tutti i percorsi informativi che portano all’evento finale, la persona non riuscira’ a comprendere il meccanismo e lo scambiera’ per magia.
Se questo e’ vero, sara’ vero anche il fatto che per il mago (che conosce il procedimento per realizzare l’atto magico) magia non e’, ma solo una serie di eventi organizzati in modo tale da dare allo spettatore ignaro quell’impressione.
Forse non e’ un caso che la parola “immagine” e “immaginazione” abbiano una radice in comune con la parola “magia” e che la terapia breve strategica sia nota come terapia “apparentemente magica (25)!

Secondo il regista Lars Von Trier (26), un film dovrebbe essere come “un sasso nella scarpa” di uno spettatore, intendendo ovviamente con cio’ che il cinema dovrebbe elargire non certezze, ma dispensare dubbi.
Esso cioe’ deve suscitare nella persona una riflessione che continui anche dopo la fine della visione fino ad avere una ricaduta nella sua vita reale.

Sulla stessa scia di pensiero, Carta ha evidenziato come lo spettatore, alla fine della proiezione, senta il bisogno di parlare del film e di rispondere a quelle riflessioni e a quelle domande a cui il film lo ha costretto a pensare: “Il film con le sue immagini in movimento e le sue trame presta le proprie forme percettive affinche’ lo spettatore possa formulare pensieri ancora non pensati, latenti nella sua mente; esso dunque puo’ aiutarlo ad elaborarli compiutamente […] e questo lavoro poetico sulla materia immaginale ha un valore profondamente terapeutico” (27).

In un’ottica piu’ strettamente strategica: “I film sono come la poesia, arte dell’illusione, con uno specchio adatto, di una pozzanghera si fa un oceano” (J. Saramago).

C’e’ di piu’. Gli effetti della visione sono sempre prevedibili, infatti possono essere:

  • positivi, nel caso in cui la persona dichiari di stare meglio e, a questo punto, si procede portando il paziente a fare ogni giorno una piccola cosa concreta, “reale“, “come se… fosse in grado di dirigere la propria vita” (logica della credenza);
  • negativi, nel caso in cui la persona immagini un finale disastroso “perche’ tanto cosi andranno le cose“, ma, nel momento in cui mette per iscritto tutte quelle cose che dovrebbe fare per peggiorare la situazione, ne sviluppa avversione (logica della contraddizione) e, tendera’ spontaneamente a non metterle in pratica.

 

In entrambi i casi, il messaggio che il terapeuta, con l’ausilio della visione del film, deve veicolare e’ che ciascuno di noi e’ il “costruttore” della propria realta’ e, in ambito affettivo-sentimentale, ci e’ consentito di scegliere di gestire una situazione conflittuale, problematica e dolorosa, piuttosto che subirla.

Come ricorda Sharp, il terapeuta, pero’, dovra’ vigilare affinche’ il paziente non sottostimi ne’ sovrastimi la distanza che intercorre fra se stesso ed un personaggio.
La trama non deve essere intesa come una rappresentazione della vita del paziente di per se’, ma deve servire come metafora per un aspetto importante della storia del paziente stesso.

Il film non e’ solo quello che mostra, ma anche quello che permette di far emergere.
La sua identita’ non e’ data a priori, ma si sviluppa appunto dalla relazione tra le immagini proiettate sullo schermo e ciascuno spettatore, della cui identita’, unica e mutevole, un film puo’ far affiorare aspetti particolari.
Il cinema appare cosi un territorio “inevitabilmente relazionale“, che permette di “riconnettere in una storia dotata di senso i frammenti sconnessi di esperienza contro cui fa cozzare la vita” (28).

Leggi la prima parte dell’Articolo: Cinema e Psicoterapia: Come costruire una “realta’ inventata” (I)

Note
  1. Paolo Bertetto, “Lo specchio e il simulacro”, Studi Bompiani, Milano, 2007;
  2. “Schatten – Eine nachtliche Halluzination”, Germania 1923, b/n, durata: 59 min, regia: Arthur Robison, genere: drammatico, cast: Alexander Granach, Fritz Kortner, Ruth Weyher;
  3. G. Bettetini, “La simulazione visiva”, Bompiani, Milano, 1991;
  4. Francesca De Ruggieri, “Tempo e scrittura nel linguaggio cinematografico”, Idee: rivista di filosofia, n. 31/32, 1996, pag. 71/86;
  5. Julian Jaynes, “The Origin of Consciousness in the Breakdown of Bicameral Mind”, gli Adelphi, I ed.: 1996; tr. it. “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” di Libero Sosio;
  6. G. Bettetini, “Tempo del senso. La logica temporale dei testi audiovisivi”, Bompiani, Milano, 1979;
  7. Edgar Morin, “Il cinema o dell’immaginario”, Silva editore, 1962;
  8. Cesare Musatti, “Psicologia degli spettatori al cinema”, in Scritti sul Cinema, Testo e Immagine, Torino, 2000;
  9. C. Metz, “Cinema e psicoanalisi”, Tr. It. Marsilio, Venezia, 1980;
  10. Galileo Galilei, “Opere XI”;
  11. P. K. Dick, “L’androide e l’umano”, Mondatori, Milano, 1972;
  12. “Impostor”, USA 2002, regia: Gary Fleder, durata: 95 min, genere: thriller/fantascienza, produzione: Dimension Films, Mojo Films, P. K. Pictures, distribuzione: Buena Vista, cast: Gary Sinise, Madeleine Stowe, Vincent D’Onofrio, Tony Shalhoub, Mekhi Phifer;
  13. “Artificial Intelligence”: USA 2001, durata: 244 min, regia: S: Spielberg, sceneggiatura: S. Spielberg, fotografia: J. Kaminski, musica: J. Williams, distribuzione: Warner Bros, cast: Haley Joel Osment, William Hurt, Frances O’Connor, Jude Law;
  14. M. Prados, “The use of films in psychotherapy”; American Journal of Orthopsychiatry, 21, 1/4, 1951;
  15. M. Christie, M. McGrath, “Man Who Catch Fly With Chopstick Accomplish Anything: Film in Therapy – The Sequel”, Australian and New Zealand journal of Family Therapy, 1989;
  16. J. M. Turley, A. P. Dreyden, “Use of a horror film in psychotherapy”, Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 1990;
  17. M. Fleming, R. Piedmont, C. Hiam, “Images of Madness: Feature Films in Teaching Psychology”, Teaching of Psychology, 17(3), 185, Ottobre 1990;
  18. N. Friedman, “Harold and Maude: an experiential therapy case”, Review of Existential Psychology and Psychiatry, 1981;
  19. G. K. Lampropoulos, N. Kazantzis, F. P. Deane; “Psychologists’ use of motion pictures in clinical practice”, Professional Psychology: Research e Practice, 2004;
  20. Cfr. sito web: www.cinemapsiche.it;
  21. D. Wedding, R. M. Niemiec, “The clinical use of films in psychotherapy”, Journal of Clinical Psychology; 59, 207/215, 2003;
  22. Franco De Felice, Alessandro Pascucci, “Cinema e psicopatologia”, Aracne, Roma, 2007;
  23. “Falling down”, USA 1993, regia: Joel Schumacher, durata: 115 min, genere: drammatico, cast: Barbara Hershey, Robert Duvall, Michael Douglas, Tuesday Weld, Raymond J. Barry;
  24. “2001: A Space Odyssey”, USA, Gran Bretagna 1968, durata: 139 min, regia: Stanley Kubrick; genere: fantascienza, cast: Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter;
  25. Giorgio Nardone, Matteo Rampin, “Terapie apparentemente magiche”, Mc Graw-Hill, Milano 2002;
  26. Cfr. sito web: www.sezionesipartecinema.com/articolo_dalla_luche_2.htm;
  27. S. Carta, “Sull’esperienza dello spettatore”, in “Ciak, si vive”, a cura di L. De Franco, M. Cortese, Edizioni Magi, Roma, 2004;
  28. G. Canova, “Presentazione”, in I. Senatore, “Curare con il cinema”, Centro Scientifico, Torino, VII/IX

 

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