la dottoressa Lafasciano svolge attività di psicologo a bari

Studio di Psicologia dott.ssa Francesca Lafasciano

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Distratto…perse il tempo per sè

TEMPO PER SE…argomento interessante che ha stuzzicato il mio interesse e che riporto di seguito:

“Una ricerca inglese, riportata anche dalla stampa italiana recentemente (La società dei minuti contati. Sempre meno tempo per se stessi di Enrico Franceschini), ci racconta della società inglese (ma il discorso è estendibile a tutte le società occidentali compresa la nostra) che scopre il crollo verticale del tempo per se stessi nell’arco di pochissimi anni, ben otto ore e mezzo in meno dagli anni ’90 ad oggi. Il “me time”, il “tempo per me”, sarebbe proprio il tempo dedicato all’ “ozio”, ma nell’accezione nobile che ne davano i latini, e cioè un tempo apparentemente inattivo e improduttivo, ma che è invece assai ricostruttivo, (ri)creativo, ristoratore: “distrarsi, fare sport, leggere un libro, guardare un film, andare dal barbiere o dal parrucchiere, passeggiare, al limite riposarsi, dormire, godere il dolce far niente”, etc. Ecco, tutto ciò tende inesorabilmente a scomparire.

Banco – Non mi rompete

L’analisi riportata dagli articoli sui quotidiani attribuisce la “colpa” di questo fenomeno all’aumento del carico lavorativo e competizione sul lavoro, alla tendenza a proseguire il lavoro da casa, all’abuso delle nuove tecnologie comunicative portatili che di fatto ci rendono sempre raggiungibili, ed infine all’aumento della mobilità sociale con relativa la frantumazione delle reti sociali (e ricaduta delle incombenze sulle famiglie, sempre più oberate e schiacciate da immani fatiche).

Certo, tutto vero, non v’è dubbio, ma proviamo ad approfondire. Si potrebbe scoprire, ad esempio, che questa erosione del “me time” coincide con una mutata assegnazione interna del tempo, una scala di valori interna completamente differente da quella di soli 20-30 anni fa, per non parlare di epoche precedenti, dove (e questo l’articolo lo accenna), era ben chiaro a tutti, già su un piano intrapsichico, il confine (sacro) che esisteva tra le differenti temporalità della giornata, della settimana, dell’anno, delle circostanze diverse della vita (lavoro, casa, occasioni sociali, etc.). Nessuno si sarebbe mai sognato, ad esempio, di ricominciare a lavorare una volta staccato dal luogo di lavoro, o nessuno avrebbe mai immaginato di rimanere in contatto con colleghi o amici senza darsi un limite. Il modo multitasking di esistere, così di moda oggi e così naturale per le nuove generazioni, era fino a poco tempo fa semplicemente una follia.

Ed ecco quindi la scala dei valori dell’assegnazione temporale plasmarsi su nuove esigenze identitarie dove la definizione di sé non dipende più da quale cittadino o brava persona tu sei diventato o vuoi essere in funzione della buona educazione ricevuta, del rispetto del prossimo e delle leggi, del bene che sei in grado di realizzare per il tuo prossimo (famiglia in primis). No, la tua identità viene definita in modo prevalente (certo, non sempre, per fortuna) dal tuo profilo socio-lavorativo e dalla vita che gira intorno a questo ambito esistenziale. A giudicare dal modo in cui le persone assegnano il proprio tempo, anche quello libero, essere parte del consesso sociale significa oggi in sostanza partecipare delle sorti del proprio profilo finanziario ed economico e di riflesso del profilo finanziario ed economico dei sistemi sovraordinati di cui si è parte.

Si è dunque disposti a sacrificare il “me time” perché, secondo il nostro modo di agire, esistono modi più importanti di utilizzare il tempo, che non siano per sé, e che si pensa innalzino la qualità di vita più di quanto farebbe una vacanza o incontrare gli amici o semplicemente dormire o riposarsi senza fare niente. I moderni contemporanei sembrano invece prediligere modalità di utilizzo del tempo che un clinico non esiterebbe a definire compulsive.

Ma a cosa serve allora tagliare drasticamente “me time”? Perché occuparsi affannosamente di correre su e giù senza requie? Perché evitare insomma di trovarsi all’appuntamento con se stessi, la propria solitudine, la propria corporeità, la propria sensorialità, i propri proto-pensieri, il proprio onirismo?

Si, perché è proprio di questo che si tratta: disattendere all’incontro con se stessi. È questo l’esito più evidente osservabile, l’attuale uomo contemporaneo appare come l’uomo senza preconscio. Quando ci riferiamo al preconscio, stiamo parlando di quella vasta gamma di esperienze mentali che sono intimamente connesse esattamente con il “me time”, che coincidono proprio con questo genere di temporalità nella quale si è soli con se stessi in forma anche oniroide, e che sono fondamentali all’economia della vita psichica in quanto permettono l’elaborazione di alcuni contenuti in grado di oltrepassare la soglia della coscienza o di rimanere al margine, ma disponibili.

Perché allora questo appuntamento con se stessi è diventato così sconveniente? Evidentemente c’è qualcosa nella nostra organizzazione sociale che dichiara questo tempo come un disvalore, un tempo perso, improduttivo, inidoneo per chi voglia sentirsi parte dei processi sociali. E c’è una maggioranza di noi che non può fare a meno di aderire a questo nuovo statuto d’idoneità dettato da un invisibile ed impersonale diktat e viene travolto dall’affannoso rincorrere il nulla. Di fatto di tempo non ce n’è più e nessuno sa dire con esattezza come mai. Ci si scopre ad essere attaccati ai dispositivi comunicativi moderni come dei morenti alle flebo, il computer, il telefonino, e a scendere videogiochi e sempre nuovi dispositivi di connessione e raggiungibilità che si propongono come del tutto alternativi al “me time”. Nessuno è più padrone del proprio tempo e nessuno sa perché e nessuno sa chi lo sia diventato al proprio posto.

Quali conseguenze e quali scenari ci attendono spingendo avanti l’attuale proiezione di questa umanità intasata nonché deprivata di sensorialità, corporeità, intimità, introspezione? Nulla di buono ovviamente, certamente un tipo di umanità più disumanizzata, ma soprattutto più noiosa e annoiata, apatica, che per superare la noia deve circolarmente diventare sempre più compulsiva. E così noia e compulsività s’inseguono all’infinito paralizzando la nostra naturale mobilità psichica.”

Fonte: http://www.marssrivista.it/home2/emarssrq/public_html/?p=916

Fonte immagine: www.googleimage.it

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