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Studio di Psicologia dott.ssa Francesca Lafasciano

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L’invidia è pur sempre un sentimento

L’invidia è uno dei sentimenti più diffusi ma allo stesso tempo dei più negati. E’ possibile vedere l’invidia degli altri ma non quella propria, eppure è uno dei sentimenti più antichi ed arcaici, celebrati anche in letteratura. Dante colloca l’invidia nella seconda cornice del purgatorio e la rappresenta come un macigno portato sulle spalle dei penitenti, avversa alla virtù della carità.
Shakespeare, profondo conoscitore e svelatore delle passioni umane, attraverso la figura di Iago ci rappresenta la massima espressione dell’invidia: egli insinua, in Otello, il tradimento di Desdemona con l’obiettivo preciso di distruggere la felicità altrui. Così Salieri cerca in tutti i modi di annientare la genialità di Mozart etc..Persino Erodono ci racconta dell’invidia degli dei verso i mortali, quando la loro felicità va oltre il limite assegnato loro.
L’esempio più significante, che riflette l’insieme o il susseguirsi di stati d’animo che portano all’invidia, lo troviamo nella Bibbia: Lucifero, l’angelo più bello tra gli angeli, voleva diventare come Gesù. In Genesi 37 troviamo un altro esempio di invidia e leggiamo che Giuseppe era il prediletto di suo padre Giacobbe perché “era il figlio della sua vecchiaia”. Un favoritismo che ha causato non poche amarezze ai suoi fratelli. Inoltre, i sogni che ha fatto preannunciavano un avvenire molto più luminoso del loro. I fratelli di Giuseppe hanno provato un’emozione universale: l’invidia, un misto di irritazione e di odio contro chi possiede uno o più vantaggi di cui noi siamo privi. Così hanno architettato un piano per ucciderlo.Da “invidere”che significa guardare biecamente l’invidia ha il senso divorante della frustrazione in chiunque la provi. L’invidia è un meccanismo di difesa che mettiamo in atto quando ci sentiamo sminuiti dal confronto con un’altra persona : sia per quello che questa persona è, sia per quello che questa persona ha; dunque gli oggetti come le qualità personali, i possessi come i riconoscimenti.

In termini psicologici potremmo dire che l’invidia è un tentativo un po’ maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell’altro. (Foster, 1972)
Nozick (1981) definisce invidioso colui che, se non può possedere qualcosa che un altro ha, preferisce che nessuno dei due la possieda. L’elemento fondamentale di questa definizione è la stima di sé. L’invidioso infatti vuole che l’altro più ricco perda qualcosa anche se questo non accresce la propria ricchezza. Secondo Nozick l’invidia nasce dal fatto che ciò che l’altro ha in più (in termini di ricchezza o di status), riduce la stima di sé perché quest’ultima non può prescindere da un confronto con gli altri (se un altro è più bravo di me in qualcosa ciò riduce la mia autostima). Per questo motivo l’invidia non dipende dal fatto che la posizione superiore dell’altro sia meritata o meno, al contrario può essere più forte proprio perché è meritata. Nella teoria psicoanalitica classica dell’invidia, “invidia” e “distruttività” sono pressoché sinonimi, dato che l’invidia è ritenuta espressione della pulsione di morte. L’invidia è così concepita, in ultima analisi, come insensata, ereditaria, biologicamente fondata, sostanzialmente immodificabile (se non nel lunghissimo periodo) e solo parzialmente integrabile.Freud (1905) la colloca nella rivalità edipica: le femmine attraverso l’invidia per il pene, i maschi attraverso la paura, intesa come frustrazione o castrazione; mentre secondo Bion (1962), essa non ha forma, è un forte attacco al legame.È con Melanie Klein (1957) e la sua scuola che l’invidia assurge a pilastro della vita psichica, vero primo (o tutt’al più secondo) motore della mente. L’invidia venne concepita come diretta espressione della pulsione di morte, quando non come suo esatto sinonimo.

L’invidia sarebbe allora fondamentalmente distruttiva, quantitativamente e qualitativamente immutabile, acquisita dal soggetto per via ereditaria, differentemente posseduta dai differenti soggetti come una delle caratteristiche psicobiologiche di base. Essa può anche essere messa al servizio dell’Io e della pulsione libidica non solo perché, attraverso il senso di colpa per la distruzione fantasmatica dell’oggetto d’amore, può far maturare la posizione depressiva e il correlato senso di responsabilità e di amore maturo, ma anche perché può consentire di utilizzare la forza per l’esplicazione di sé nell’esistenza. Per la teoria psicoanalitica classica kleiniana, la questione fondamentale relativa all’invidia è quella di poterne riconoscere la non onnipotenza, così da rendere sopportabile l’angoscia da essa generata e da poter integrare i costrutti su di essa basati con i costrutti basati sulla pulsione libidica. E la terapia consiste essenzialmente nel riconoscimento della pulsionalità distruttiva quale base dei disturbi psichici, i quali in definitiva sarebbero l’espressione dei tentativi della mente di farvi fronte.L’invidia, sostengono in tanti, è storicamente considerata una qualità femminile, sviluppata in ambienti ristretti, privi di possibilità di agire per cambiare in meglio il proprio destino. “Sulla scia delle riflessioni di Melanie Klein, tante psicoanaliste hanno approfondito l’invidia primaria, fortissima, che si nasconde nel rapporto madre-figlia. Una donna può anche essere competitiva con un collega maschio, ma la vera invidia (specchio di quella emozione primigenia) la prova nei confronti di un’altra donna”, spiega la psicanalista lacaniana Ioanna Fennemann, fondatrice dell’associazione Cosa Freudiana di Roma.

Esiste l’invidia della figlia verso la madre, frutto dell’ambivalenza verso questo oggetto d’amore, che però ha un potere enorme: dare e togliere la vita, il nutrimento, l’affetto. E c’è anche, terribile, l’invidia della madre verso la figlia più giovane, a volte più seduttiva.
Una recente indagine del novembre 2000, realizzata dall’Istituto di Marketing Sociale (Ims), ha rivelato come l’invidia sia un sentimento provato da nove donne su dieci. I dati emersi da 500 interviste mostrano anche che la diffusione di questo sentimento è assolutamente eterogenea: colpisce indipendentemente dall’età, dal ceto sociale e dal livello culturale. L’invidia è rivolta quasi esclusivamente verso le altre donne, ecco in ordine decrescente gli “oggetti del desiderio” che scatenano il peccato di cui più ci si vergogna:
• La fortuna di avere un uomo bello e soprattutto benestante (37%)
• La bellezza delle altre (32%)
• Il fascino delle altre (29%)
• La capacità deduttiva delle amiche (25%)
• La serenità delle amiche (23%)
• La felicità delle amiche (20%)
• La vita sociale più intensa delle amiche (18%)
Difficile quindi pensare ad una solidarietà femminile, sul modello del cameratismo maschile, dato che l’invidia avvelena persino l’armonia dei rapporti di amicizia.Il partner, contrariamente alle teorie di Freud, è invidiato solo dal 14% delle donne e solo quando occupa una posizione sociale più elevata. Nemmeno i legami famigliari restano esclusi: il 7% delle mamme invidia la giovinezza e la bellezza della propria figlia.All’invidia si accompagnano poi anche inquietanti fantasie distruttive. Molte donne, infatti, sognano che la rivale sparisca (43 %), che le succeda qualcosa di sgradevole (38%), che perda improvvisamente le motivazioni del proprio vantaggio (37%), che venga abbandonata dal proprio partner (32%).
Esistono poi due tipi di invidia : quella buona e quella cattiva. (Elster, 1991)
L’invidia buona sarebbe il desiderio doloroso, lacerante, che proviamo vedendo qualcun altro riuscire dove noi vorremmo, ma senza odio per lui, senza volergli togliere ciò che ha. In questo caso possiamo parlare di emulazione : il nostro è un profondo desiderio di arrivare allo stesso livello dell’altro, anziché abbandonarci allo scoramento e alla denigrazione. Questo tipo di invidia potrà portare, ad esempio, a dire di un collega: “E’ normale che sia stato promosso, ha lavorato sodo!”.
A volte chi invidia benevolmente tende a diventare uno dei più grandi adulatori dell’invidiato : la lusinga aiuta a far credere di partecipare al successo altrui. Nella cultura americana un comportamento del genere è perfettamente accettato : vi è infatti una incitazione esplicita ad identificarsi con il vincitore.

Ciò non accade nelle culture latine, dove invece chi riesce più degli altri non è altro che l’esempio della altrui insufficienza.
All’invidia cattiva appartiene, infatti, sia l’invidia ostile, per cui si parla male della persona invidiata, sia l’invidia depressiva che ci blocca sul piano comportamentale.Nell’invidia ostile ci potranno essere frasi del tipo: “Non posso sopportare che l’abbiano promosso prima di me, quell’incapace!”La tipica frase che accompagna l’invidia depressiva è invece “Ahimè, questo a me non succederà mai!”Sicuramente l’invidia ha a che fare con uno stato di frustrazione molto profondo e si riscontra soprattutto nei legami forti e in quelle persone tra le quali può esserci un confronto diretto (per cui anche tra paziente e terapeuta).Gli studi condotti in psicologia, (Elster, 1991; Choi, 1993) confermano che tendiamo a invidiare persone vicine a noi (fratelli, sorelle, amici, colleghi, vicini, ecc). Nella Retorica Aristotele scrive: “Noi invidiamo coloro che sono vicini a noi nel tempo, spazio, età o reputazione”. Ciò accade per due motivi: innanzitutto perché la vicinanza rende più facile e più frequente il paragone tra i loro vantaggi e i nostri; in secondo luogo, perché ne condividiamo la stessa visione di vita; le differenze constatate si trasformano presto in minacce per la stima di sé.

L’invidia è rafforzata dal fatto che chi ne è oggetto non è molto diverso da noi, dunque avremmo potuto facilmente essere al suo posto (‘avrei potuto essere io ’)L’insidia della competizione e dell’invidia è particolarmente forte nelle coppie che fanno lo stesso lavoro, e ritengono di avere lo stesso valore. Alcuni pensano che un certo grado di competizione favorisca la vita di coppia. Alcune ricerche dimostrano, invece il contrario (Alberoni, 1992). Non bisogna confondere il bisogno di affermarsi nella vita col desiderio di apparire meglio della persona amata. Ogni persona umana vuol avere un valore. E non vuole solo sentirsi amata, vuole anche veder riconosciuti i propri meriti. Vuol essere apprezzata per le sue capacità e per le sue virtù. Se la donna vede il suo partner continuamente ammirato, adorato, mentre lei è sempre in seconda fila, prova un senso di svuotamento. L’invidia è il sentimento che noi proviamo quando qualcuno, che noi consideriamo del nostro stesso valore ci sorpassa, ottiene l’ammirazione altrui. Allora abbiamo l’impressione di una profonda ingiustizia nel mondo. Cerchiamo di convincerci che non lo merita, facciamo di tutto per svalutarlo, lo critichiamo. Ma se la società continua ad innalzarlo, ci rodiamo di collera e, nello stesso tempo, siamo presi dal dubbio. Perché non siamo certi di avere ragione. Per questo ci vergogniamo di essere invidiosi. E, soprattutto, di essere additati come persone invidiose. Parlare della persona che si invidia e spiegare il perché, significa parlare della parte più profonda di sé stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in sé stessi.


Bibliografia

Alberoni F., Veca S (1992). L’altruismo e la morale, Garzanti editore.
Bion W(1962). A theory of thinking, International Journal of Psycho-Analysis, vol.43
Choi Y.B. (1993), Paradigms and Conventions. Uncertainty, Decision Making and Entrepreneurship, University of Michigan Press.
Elster J. (1991), Envy in Social Life, in Zeckauser R.J. (ed), Strategy and Choice, Cambridge (U.S.A.), The MIT Press.
Foster G.M. (1972), The Anatomy of Envy, Current Anthropology, Vol. 13, n. 2.
Freud S (1905) Tre saggi sulla sessualità, tascabili economici newton
Habimana E, Masse L (2000), .Envy manifestations and personality disorders, Eur Psychiatry n. 15 Suppl 1, pp. 15-21
Klein M (1957), Invidia e gratitudine, Giunti editore.
Nozick R. (1981), Anarchia, Stato e Utopia, Firenze: Le Monnier.
Sandell R. (1993), Envy and admiration, Int J Psychoanal, n.74 ( Pt 6) pp.1213-21

Shengold L. (1994), Envy and malignant envy, Psychoanal Q. n. 63(4), p

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