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Studio di Psicologia dott.ssa Francesca Lafasciano

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Teoria dei Buchi di Almaas

Frequentando corsi di aggiornamento ci hanno offerto un importante spunto di riflessione sull’argomento “buchi”.

E’ un concetto fondamentale usato nel lavoro di terapia: la teoria dei buchi. Cito quindi di seguito il testo di Almass:

“Le persone, normalmente, sono piene di cosiddetti “buchi”. Che cos’è un buco? Un buco è una parte di noi che è stata persa vale a dire una parte di noi di cui abbiamo perso la consapevolezza. Ciò che rimane è un buco, in un certo senso una mancanza. E ciò di cui abbiamo perso consapevolezza è, naturalmente, la nostra essenza. Quando non siamo consapevoli della nostra essenza, questa smette di manifestarsi e si perde. Di conseguenza, noi sentiamo un senso di mancanza. Così un buco non è altro che l’assenza di una parte di capacità di contatto, una perdita di forza, una perdita di volontà, una perdita di chiarezza, una perdita di piacere, una perdita di una qualsiasi qualità della nostra essenza. Ce ne sono molte. Ma quando si perdono, non si perdono per sempre; non si perdono mai per sempre. Se ne perde semplicemente il contatto.

Prendiamo per esempio la qualità del valore, dell’auto-stima. Quando perdiamo il contatto con il nostro valore, in realtà è come se sentissimo un buco dentro di noi; è vuoto. Quindi sentiamo un senso di mancanza, un senso di inferiorità e desideriamo riempirlo con un valore e-sterno: approvazione, lode o altro. Così cerchiamo di riempire il buco con un falso valore che viene dall’esterno.

Tutti andiamo in giro pieni di buchi, di cui non siamo consapevoli. Normalmente siamo consapevoli dei desi-deri: “Desidero questo, desidero quello. Desidero questa lode, desidero avere successo in questo, desidero che questa persona mi ami. Desidero questa o quella espe-rienza”. La presenza di desideri e di necessità indicano la presenza di buchi.

Naturalmente questi buchi hanno avuto origine nell’infanzia, in parte quale risultato di esperienze trau-matiche, conflittuali con il nostro ambiente. in quel pe-riodo ci siamo separati da una di queste qualità. Forse i nostri genitori non ci hanno dato valore, cioè non ci han-no trattato come se i nostri desideri o la nostra presenza fossero importanti; non hanno agito in modo da farci sa-pere che noi contavamo; hanno ignorato il nostro valore essenziale.

Poiché il nostro valore non è stato visto o riconosciuto, e forse è stato perfino attaccato o scoraggiato, noi ci siamo separati da questa parte di noi, e ci rimane un buco, una mancanza.

Quando in seguito entriamo in relazione con qualcuno in modo profondo (e più profondo è il modo, più questo ac-cade), noi riempiamo questi buchi con l’altra persona. Alcuni dei nostri buchi si riempiono con ciò che credia-mo o sentiamo di ricevere dall’altro. Ci sentiamo valuta-ti, perchè l’altro ci apprezza e questo riempie i nostri bu-chi. Non siamo consapevoli che noi stiamo riempiendoli con il suo apprezzamento, semplicemente ci sentiamo interi e preziosi quando siamo con l’altro. Così, quando siamo con quella persona, sentiamo veramente di avere valore, ma inconsciamente sentiamo che è l’altro che ci dà il nostro valore. L’altra persona non solo ci fa sentire preziosi, ma qualsiasi cosa l’altro ci dia, è una parte di noi, una parte di quella pienezza che stiamo sperimen-tando.

Così, inconsciamente, quella parte della persona che ci fa sentire il nostro valore, noi non la vediamo separata da noi. La vediamo come una parte di noi, come il riempi-mento di questo buco. Non sappiamo che esiste un buco, sentiamo soltanto la pienezza. Se la persona muore, o la relazione finisce, noi non sentiamo che stiamo perdendo quella persona, ma che stiamo perdendo qualunque cosa stia riempiendo il buco. Così la perdita della persona non è sentita come la perdita di una persona distinta. La sperimentiamo come una perdita di noi stessi, perchè inconsciamente noi vediamo quella persona come il riempimento di una parte di noi. In questo modo, l’altro diventa parte di noi, così che, perdendo quella persona, noi sperimentiamo la perdita di una parte di noi e, quindi, sentiamo un buco. Per questo è così doloroso. E’ come se ci tagliassero e ci portassero via qualcosa di noi. A volte sentiamo di avere perso il cuore; altre volte la nostra sicurezza, la nostra forza, la nostra volontà, o qualunque cosa l’altro appagava in noi. A volte l’altro ci dà volontà, o forza, o appoggio, o amore, o valore. E così, quando perdiamo una persona vicina, sentiamo il buco che questa persona aveva riempito

E’ ciò di cui la gente parla quando dice “ci completiamo a vicenda”. Una persona completa i buchi dell’altra. Questo colma un buco; quello ne riempie un altro; si sentono come una cosa sola. Non sembrano più divisi. Ma se si dividono, si ritroveranno con un sacco di buchi. Se queste due persone vivono insieme, si sentiranno completi ed interi. Sono complementari, creano un buco unificato. Ma un’altra persona raramente riempie tutti i nostri buchi. Molte persone, molte attività sono presenti nella nostra vita, eppure non riempiono tutti i nostri bu-chi. Ne rimangono alcuni che alimentano la nostra in-soddisfazione.

E naturalmente i buchi non vengono riempiti completa-mente e perfettamente. Nel momento in cui l’altra perso-na cambia un po’, o dice qualcosa che ci fa rimanere male, noi avvertiamo il buco, la mancanza: “Dopo tutto, lui pensa che io non valga nulla”. Ci sentiamo arrabbiati, feriti, perché il buco è venuto alla luce. Così l’insoddisfazione continua, perché l’altro non sempre riempie perfettamente i nostri buchi, soprattutto se anche lui desidera che noi riempiamo i suoi buchi.

Allora, quando si cambiano relazioni, o una persona nella nostra vita cambia, dovrebbero cambiare anche i nostri buchi coinvolti?

Esatto. Se ci sono dei cambiamenti, c’è un leggero mo-vimento nei buchi. Alcuni si svuotano, altri si riempiono. Dobbiamo adattarci, dobbiamo sentire i nostri buchi in un altro modo e ciò normalmente significa che dobbiamo confrontarci con alcuni di questi buchi, sentire la loro presenza e forse capirli.

Ora, quindi, possiamo capire meglio perché la perdita di qualcuno molto vicino a noi, molto intimo, sia così dolo-rosa. Dopo essere stati a lungo con questa persona, siamo così abituati al suo completamento, da credere che l’altro sia una parte di noi. Perdere quella persona, è come perdere una parte di noi stessi.

Qui emerge un altro fattore. Quando sperimentiamo la perdita e la separazione, abbiamo la possibilità di vede-re che ciò che ci riempiva non era, in realtà, una parte di noi stessi. E se rimaniamo con la ferita ed il dolore della perdita, senza cercare di coprire questo dolore con qualcos’altro, probabilmente sentiamo il vuoto, sentiamo il buco, vediamo il buco. Poi, se permettiamo a noi stessi di sentire questa mancanza, questo vuoto, possiamo anche trovare la parte essenziale di noi che riempirà veramente il buco, dall’interno, una volta e per tutte. Non è neppure un riempire; è semplicemente un eliminare il buco ed un identificarci con la mancanza. In questo modo, riguadagniamo una parte di noi stessi. Ci riconnettiamo con la parte della nostra essenza che avevamo perso e che pensavamo che solo qualcun altro avrebbe potuto darci.

Può essere molto doloroso. La maggior parte di noi pro-va una perdita di auto-stima, quando finisce una relazio-ne, ed è per questo che faccio l’ esempio particolare del valore. Ma se rimaniamo con questo sentire e poniamo lì la nostra attenzione e ci chiediamo: “Come mai mi sento così senza valore, come mai mi sento un nulla, solo per-ché quella persona non è più con me? Perché sento di avere molto meno valore?“ Se rimaniamo in contatto con questo sentire, senza cercare di riempirlo, ma solo pre-standovi attenzione e cercando di comprenderlo, allora faremo esperienza della mancanza e del buco. Se capiamo questa mancanza e da dove scaturisce, potremmo anche ricordare l’avvenimento reale o gli schemi di com-portamento che hanno determinato la nostra perdita di valore.

Normalmente un buco si riempie con una parte della no-stra personalità che ha il ricordo di ciò che si è perso, il ricordo della situazione che ha causato la perdita, il ri-cordo delle ferite e dei conflitti. Dobbiamo entrare in contatto con la ferita al livello più profondo, avvicinarci al buco stesso, ed allora vedremo il ricordo di ciò che si è perso. E quando vedremo questo ricordo, anche l’essenza che si era persa comincerà a fluire di nuovo.

Ogni perdita profonda è dunque un’opportunità per cre-scere, per capire di più noi stessi, per fare esperienza dei buchi, che crediamo possano essere riempiti solo da qualcun altro. Ma normalmente noi ci difendiamo come pazzi dal sentire profondamente una perdita. Non sap-piamo che il buco, il senso di mancanza, è il sintomo di una perdita di qualcosa di più profondo, la perdita dell’essenza, che può essere recuperata.

Pensiamo che il buco e la mancanza siano ciò che siamo in realtà al livello più profondo, e che oltre a questo non ci sia nulla. Pensiamo che ci sia qualcosa di sbagliato in noi, qualcosa di fondamentalmente sbagliato. La sensa-zione di qualcosa di sbagliato è come avvertire incon-sciamente la presenza del buco.

Ma faremo di tutto per non sentire questo buco, per non sentire realmente questa mancanza. Crediamo che se ci avviciniamo molto al buco, questo ci inghiottirà. Se il nostro lavoro ci sta portando, ad esempio, al buco dell’amore, potremmo sentirci minacciati da una solitu-dine e da un senso di vuoto devastanti. Altri buchi ci porteranno come una minaccia di annientamento. Non dobbiamo quindi meravigliarci, se non vogliamo avvici-narci!

Ma nel nostro lavoro, abbiamo notato una cosa sorpren-dente: quando smettiamo di difenderci dal sentire un bu-co, l’esperienza reale non è dolorosa. Sperimentiamo semplicemente uno spazio vuoto, la sensazione che lì non ci sia nulla, un senso di vastità, ma non un minac-ciante non-essere.

La vastità permette all’essenza di emergere ed è l’essenza e solo l’essenza che può eliminare il buco, quella mancanza che viene da dentro.”

Fonte: http://www.craniosacral.it/buchi.html

One Comment
  1. Nicola Perchiazzi

    Salve, ho solo oggi letto quest’articolo (ottimo).
    Se le interessa, parlo un po’ di Almaas (e non solo) nel mio “Prendi la PNL con Spirito!” (Armando ed.).
    By the way, sono di Taranto.
    Grazie
    Nicola Perchiazzi

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